Eravamo figli del vento e non lo sapevamo

Siamo stati quelli del mondo migliore. Quelli che potevano diventare avvocati, medici, infermieri, blogger, viaggiatori o nomadi in un mondo (quasi) senza confini.

La guerra era lontana per noi. I nostri coetanei francesi, inglesi, americani, spagnoli, egiziani, indiani, o di qualsiasi altra nazione ci erano vicini, compagni di viaggio, gente con cui condividere avventure e serate fantastiche all’interno di un pub di qualsiasi città del mondo, rendendo quel nostro piccolo universo di viaggi e avventure, assolutamente unico.

“I viaggi erodono la ricchezza” si leggeva su qualche giornale di economia e finanza, nel mentre qualche barbuto in giacca e cravatta rincorreva il denaro da tutta la vita, senza mai riuscire a guadagnarne abbastanza da soddisfarlo.

“Ma chi se ne frega! Yolo! (You only live once)” ci dicevamo.

Quattro, cinque, sei mesi di lavoro e poi via verso nuove destinazioni, nuovi mondi, nuovi paradisi terrestri, fino a quando la pandemia non ha stravolto la vita di tutti quanti, giovani e anziani. Noi, che speranzosi e positivi, comunque sia in un periodo tanto difficile e nonostante tutto abbiamo creduto in una ripresa veloce, e c’è stato chi di noi quel biglietto aereo se lo era prenotato lo stesso già nei primi mesi di pandemia, con la gioia e la fiducia che tutto sarebbe andato bene. Da allora è passato un anno intero, e tutto sembra così diverso: il mondo non è più lo stesso. Dove sono John di Wexford, Maria che studia a Parigi, o Alejandro il musicista spagnolo? Dove sono tutte quelle migliaia di storie che ci piaceva ascoltare? Quale mondo staranno osservando dalle loro finestre? Noi, una intera generazione di “figli del vento”, senza confini nè torri di babele, abbiamo conosciuto l’essenza dell’unione dei popoli, la bellezza della pace, la passione tra sconosciuti, il sorriso spontaneo di anziani di altri continenti, e l’ammirazione di chi avevamo accanto.

Forse abbiamo eroso le nostre ricchezze. Forse oggi avremmo due spicci in più come quei barbuti in giacca e cravatta…ma una cosa è certa: noi di andare su Marte, per far vedere che abbiamo il missile più grande o più forte, non ne abbiamo di bisogno. Il nostro paradiso è qui, e abbiamo avuto la fortuna di conoscerlo.

Non smettiamo mai di perdere la speranza, e continuiamo a raccontare ciò che era il mondo di ieri.

Dedicato a tutti noi, figli del vento.

S.Liggeri

Pubblicato da Salvatore Liggeri

29 anni, scrittore, viaggiatore perenne. Amo i boschi, le montagne e la libertà.

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